«Calpestata la gente che lavora  Adesso devono pagare i danni»
Preparazione delle piste in Valmalenco

«Calpestata la gente che lavora

Adesso devono pagare i danni»

ValmalencoIl sindaco di Chiesa: «Un comunicato alle 19, che presa in giro»

Pinna: «Ci saranno problemi enormi, altro che divertimento effimero»

Sono le 19 di domenica sera, mancano tredici ore all’inizio della stagione sciistica. Arriva un comunicato stampa ufficiale del ministero della Salute: l’apertura degli impianti sciistici è rimandata al 5 marzo. Scoppia il finimondo, soprattutto in rete e in ogni social network.

Raggiunta al telefono, la sindaca di Chiesa in Valmalenco è incredula: «Sono esterrefatta e profondamente amareggiata - afferma Renata Petrella -. Questa decisione è il colpo di grazia per il comparto della montagna, che vive la più grande crisi economica dal dopoguerra e che è stato completamente dimenticato. Anche a voler concedere tutto, è assurda la tempistica. Non si può cambiare idea a 12 ore dall’apertura, dimostrando così una assoluta ignoranza. Un’inaccettabile mancanza di rispetto per il lavoro di centinaia di migliaia di persone. La gente è stanca di questi teatrini e ha ragione. Servono ristori e subito, ma andrebbero risarciti anche i danni».

Di mancanza di rispetto parla anche il direttore del Consorzio turistico Sondrio e Valmalenco, Roberto Pinna; dire che sia furente è un eufemismo: «È una vera e propria mancanza di rispetto - sbotta -. Il rispetto è un valore educativo, un buon esempio, ed è la base universale dei principi etici fondamentali, e non può essere calpestato con un comunicato stampa alle sette e mezza di sera, a poche ore dalla tanto agognata partenza della stagione sciistica. Qualunque appassionato di sci o frequentatore della montagna sa che ai primi di marzo la stagione invernale volge al termine, e aprire gli impianti da sci con la primavera alle porte suona fortemente come una presa in giro».

Il direttore del Consorzio sa quanto tempo, denaro, energie fisiche e mentali abbiano investito tutti coloro che vivono - direttamente o indirettamente - grazie agli sport invernali per mettersi in regola con i protocolli anti Covid; oltre alla rabbia, ora traspare anche molto scoramento per l’ennesimo e del tutto inaspettato rinvio: «Non discuto della crisi pandemica, che sicuramente sta profilando situazioni a noi nuove, ma una cosa è certa: dopo due rinvii, un altro stop, a meno di venti ore dall’apertura, ha di nuovo reso vano tutto ciò che si era preparato e organizzato per attuare i protocolli di sicurezza, e ha profondamente colpito il rispetto che gli abitanti dei territori montani hanno da sempre per le regole e per la vita.»

«È facile capire che questo influirà pesantemente - e con gravi ripercussioni per il futuro - sulle condizioni di vita di una popolazione che vive e vuol far vivere la montagna. Non ci si può sottomettere alla retorica di concetti basati sulla rinuncia per un divertimento considerato effimero, ora e più che mai abbiamo intere aree del Paese che fanno del turismo invernale la loro principale fonte di reddito. La montagna e i suoi abitanti - siano essi alpeggiatori, albergatori, maestri di sci o impiantisti - meritano rispetto e dignità».


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