«Aquilone, una frazione  che non dimenticherò mai»

«Aquilone, una frazione

che non dimenticherò mai»

Pubblichiamo l’intervento che Giuseppe Zamberletti, morto sabato a Varese, scrisse in ricordo dell’alluvione. «Non era possibile prevedere che la frana caduta in Val Pola avrebbe coinvolto un gruppo di case così lontano»

È morto, sabato a Varese, Giuseppe Zamberletti. Il padre della Protezione civile, 85 anni, era da tempo malato ed era ricoverato in ospedale. Parlamentare della Democrazia Cristiana dal 1968 (in quell’anno venne eletto deputato nella circoscrizione Varese-Como-Sondrio, lascerà Montecitorio nel 1992) e poi sottosegretario con Aldo Moro e Giulio Andreotti, fu commissario straordinario in occasione del terremoto del 1976 in Friuli e poi ministro della Protezione civile. Politicamente molto vicino al futuro presidente del Consiglio e della Repubblica Francesco Cossiga, coordinò per un breve periodo i soccorsi durante l’alluvione del luglio ’87 in Valtellina. Furono roventi le polemiche politiche, e non solo, per la decisione del governo (il presidente del consiglio appena insediato era Giovanni Goria) di affidare, in piena crisi valtellinese, la guida della Protezione civile all’abruzzese Remo Gaspari, in sostituzione proprio di Zamberletti, Pubblichiamo un intervento, già uscito sulle nostre pagine, in cui l’ex ministro, detto «Zorro» (il nome che si era scelto nel mondo dei radioamatori), ripercorre quei drammatici giorni in provincia di Sondrio.

C’è un’estate, tra quelle che ho vissuto, che resta come una pagina fondamentale della mia vita. Mi riferisco alla grande alluvione che avvenne in Valtellina il 18 luglio 1987. All’epoca io ero ministro della Protezione civile ed ebbi, con i miei collaboratori, la segnalazione della portata di quell’evento meteorologico già la sera prima. Fu dato l’allarme ai territori e, con il prefetto di Sondrio, decidemmo di cominciare ad evacuare tutti i campeggi che c’erano nella bassa valle, particolarmente numerosi da Morbegno a Colico. Furono presi anche accordi con il prefetto di Como, essendo l’area di Lecco ancora sotto la provincia comasca. Subito mi organizzai per coordinare, sul posto, i soccorsi. Ma, con i miei collaboratori, trovammo il fondo valle bloccato.

Ci associammo, allora, a una colonna dell’Esercito e, con i Vigili del fuoco, riuscimmo ad entrare in Valtellina - provenivamo da Milano - passando a mezza costa, tra i paesi. Qualche ora la perdemmo a causa di un camion militare che si era impantanato, bloccando il transito. Giungemmo a Sondrio, dopo un percorso molto complicato; iniziai a gestire l’emergenza, facendo entrare dal Passo dello Stelvio i reparti alpini dell’Esercito.

Impossibile, in quei primissimi giorni, salire dalla valle. Bisognava, però, raggiungere subito tutte le località colpite dall’alluvione. Ci fu anche un primo gruppo di vittime: l’albergo “Gran Baita” di Tartano venne travolto dalle frane e, nelle ore successive, furono recuperati 11 morti. L’Adda ruppe l’argine nei pressi di San Pietro di Berbenno, provocando un allagamento che, oltre a imporre l’evacuazione degli abitanti, bloccò la viabilità e il trasporto ferroviario.

In quelle ore frenetiche, il nucleo della Commissione Grandi Rischi – ricordo ancora con immensa gratitudine il professor Maione, e il geologo della Regione, professor Presbitero – si riunì e mi diede un allarme gravissimo. Il monte sovrastante la Valdisotto poteva franare, con il rischio che l’intera frazione di Sant’Antonio Morignone venisse travolta. Bisognava prendere subito una decisione. Cosa fare? Anche se pioveva, decisi, sentiti i miei collaboratori, di evacuare il paese. C’erano quelli che dicevano che, a quell’ora, una notizia del genere avrebbe scatenato il panico. Fortunatamente tutti gli abitanti si sono salvati.

Come ipotizzato, la peggiore delle catastrofi possibili si verificò: alle 7.23 del 28 luglio venne giù la montagna in Val Pola (dal Monte Zandila si staccarono 40 milioni di metri cubi di terra, ndr). La popolazione venne condotta a Bormio. Ci sono stati, purtroppo, numerosi morti (21 vittime alle quali si devono aggiungere i 7 operai impegnati nei lavori di ripristino della strada statale 38, ndr), una tragedia che si deve a due ragioni: c’era una frazione, dalla parte opposta di Sant’Antonio Morignone - si chiamava Aquilone, nome che non dimenticherò mai finché vivo -, ritenuta fuori dalla portata della frana.

I nostri esperti avevano escluso che la frana potesse arrivare lì, perché c’era di mezzo l’Adda. Invece la frazione di Aquilone venne spazzata via. Altre vittime erano due operai dell’Anas che, contrariamente agli ordini, cercavano di ripristinare la strada di Bormio. Quando il procuratore generale di Milano Beria d’Argentine mi interrogò su Aquilone e mi chiese: «Come mai non fu dato l’allarme?», risposi esattamente questo: «Non era possibile prevedere che la frana avrebbe coinvolto una frazione così lontana». Tutti i tecnici vennero ritenuti innocenti, e poi gli esperti furono lodati per avere salvato tutta la popolazione di Sant’Antonio Morignone.

Un altro smottamento, stavolta metaforico, avvenne in quei giorni. In seguito alla crisi del governo Spadolini, nasce il governo Goria. E vengo a sapere, nel pieno di quella tremenda emergenza ambientale in Valtellina, che c’era un nuovo ministro della Protezione civile. Lo apprendo da una telefonata del presidente della Repubblica, Francesco Cossiga. Per equilibri tutti politici, venne nominato Remo Gaspari, potentissimo esponente della Dc dell’Abruzzo. Prevalse la “realpolitik”. Io rimasi male, ma non potei che prendere atto di quella decisione. Andai a Roma, a passare le consegne. Ricordo ancora che, nel prendere l’elicottero, c’era il presidente della Regione Bruno Tabacci. Ci abbracciammo. «Vado a Roma - dissi - a incontrare il mio successore. Non posso restare qui».  Cosa avvenne, a quel punto? Spiegai a Gaspari la situazione in tutta la sua gravità. Gli dissi: «Stai attento che, in seguito alla frana che si è staccata, ed è scesa bloccando la valle, si formerà un lago, perché non c’è più il regolare deflusso dell’Adda».

Lo misi in guardia, prospettando quello che i geologi ritenevano inevitabile. «Se si riempie, tracimerà. Sarà una situazione disastrosa», prefigurai al mio successore. Lo aggiornai, inoltre, sul fatto che avevo chiamato la Snam Progetti, che aveva esperienza nel collocare pompe idrovore per togliere l’acqua dai laghi. Da lombardo, sapevo anche cosa aspettava il nostro territorio: Gaspari non poteva immaginarlo, per questo lo avvisai.

«Quando cominceranno le piogge, che dopo Ferragosto sono forti al Nord, se lasci riempire il lago, è quasi automatico il rischio di esondazione». Che fare? «Bisogna mettere le idrovore per pompare l’acqua da sopra, nel periodo di magra e tenere vuoto l’invaso, mentre si scava il tunnel alla base per garantire un deflusso permanente», conclusi. Solo così si poteva sperare di bloccare un’altra catastrofe, che avrebbe avuto certo ripercussioni sull’intera Valtellina.

«Bene bene», rispose Gaspari, dopo avermi attentamente ascoltato. Non so se sottovalutò la situazione, ma dalla fine di luglio a Roma si accorsero dell’emergenza in Valtellina soltanto dopo Ferragosto. Ci fu della confusione nella trasmissione degli ordini e, questa è la mia sensazione, l’emergenza venne presa un po’ sotto gamba, perché fino a dopo Ferragosto il tempo era stato bello. Quando cominciarono le piogge, il lago formatosi dal cedimento della frana era ormai già pieno. I tempi per finire il tunnel erano troppo stretti. Se la terra cedeva, anche Sondrio si sarebbe trovata nei guai. Con la Commissione Grandi Rischi (protagonista di quella operazione fu il professor Lunardi, che più tardi divenne ministro dei Lavori pubblici), fu allora decisa la tracimazione controllata per evitare l’ipotesi rovinosa. Vennero aperti varchi perché non ci fossero sfondamenti e l’acqua uscisse in modo ordinato. Era il 29 agosto 1987. Io guardavo quello che stava accadendo da semplice spettatore.

Che cosa mi ha insegnato quell’estate? Tantissime cose. Confermò il ruolo decisivo dei sindaci, già evidenziato nei terremoti del Friuli e dell’Irpinia, in caso di emergenze. Con gli occhi del presente, mi viene da dire che la stabilità di governo - anche quella oggi in crisi come allora - è un valore di per sé. Ma certo, in caso di emergenze, di qualsiasi tipo, ambientali o economiche, va cercata ad ogni costo.


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