Mercoledì 08 Ottobre 2014

Applausi allo Stelvio

di Alessandro Melazzini

A destra, in piedi, il regista Alessandro Melazzini con i genitori

Il mondo non basta: dopo la prima internazionale lo scorso 28 aprile nella cornice del Trento film festival che ha sdoganato la pellicola approdata sui palcoscenici delle rassegne di Monaco, Pale (Bosnia) e Quinghai (Cina) – e in futuro è attesa in Taiwan –, torna in patria il documentario del regista e produttore cinematografico sondriese Alessandro Melazzini “Stelvio. Crocevia della pace”.

Presentazione ufficiale “ai parenti” lunedì pomeriggio quando, sotto il tendone di Sondrio Festival, è stato proiettato per la prima volta in Valtellina un film girato tra marzo 2012 e febbraio 2013, grazie al sostegno della Banca Popolare di Sondrio, su quello che esattamente cent’anni fa smise di essere il confine di tre diverse nazioni (Italia, Svizzera e Impero Austro-Ungarico): «Abbiamo voluto raccontare un luogo ricchissimo di contenuti: lo Stelvio è incredibile per quello che rappresenta il suo paesaggio naturale, l’importanza come luogo turistico e sede di manifestazioni sportive internazionali, il valore ingegneristico della strada costruita nella prima metà dell’Ottocento da Carlo Donegani» ha sottolineato poco prima di andare in onda lo stesso regista-produttore Alessandro Melazzini, che vive a Monaco dove dirige la Alpenway insieme alla altrettanto valtellinese Marisa Scherini (i due si sono conosciuti in Baviera: il mondo è piccolo). «La speranza è di proiettare il film anche a Expo 2015; ma soprattutto, oggi finalmente siamo pronti per riportare, dopo averlo presentato in diversi Paesi, lo Stelvio in provincia di Sondrio. È il secondo motivo per cui abbiamo girato il film: far conoscere ai valtellinesi l’enorme patrimonio artistico, storico e turistico che spesso rimane sconosciuto agli stessi abitanti del posto». E che certo non lascia indifferenti personaggi celebrati nel documentario (la voce dello storico Franco Monteforte a raccontare la vita dello Stelvio, ma anche i volti di Gustav Thöni, Deborah Compagnoni, Arturo “Pompa” Quintavilla, Tato Sozzani , ovvero l’ “uomo-Pirovano”) come Mario Pasinetti, alpinista di 67 anni , portiere di notte all’albergo Pirovano e di giorno “rigattiere della memoria” allo Stelvio con la sua ricerca che da tempo lo porta a percorrere le ex linee di trincea e i luoghi storici del primo conflitto mondiale per riscoprirne ambienti, reperti, testimonianze.

«Ma la Grande Guerra è protagonista del film per quello che è il suo rapporto con l’adesso, il presente, il ricordo di chi lo vive oggi. Conoscevo Mario già prima del film, ma devo ammettere non sapevo della sua vita da ricercatore di memorie: l’ho letteralmente riscoperto grazie all’indicazione di Antonia Marsetti».

Galeotta la giornalista della Provincia, allora, nel far incontrare Melazzini con il “secondo” Pasinetti, gettando le fondamenta per l’idea su cui si basa la pellicola: «La collaborazione con Antonia Marsetti è stata fondamentale in fase di ideazione e nell’attività di pre-produzione. Ma la sua presenza è stata preziosa anche sul set, durante la lavorazione».

Ne è nato un lavoro capace di restituire l’immagine di quello che rimane un crocevia geografico, ma anche cronologico (passato e presente intrecciati saldamente nei 70 minuti di proiezione), culturale, ideologico: «Un luogo talmente carico di significati che non siamo riusciti a mettere tutto lo Stelvio nel film: quello che è certo, però, è che sabato prossimo riporteremo lo Stelvio allo Stelvio, con la proiezione alla Pirovano durante la quale saranno presenti tutti i protagonisti del documentario».

Thöni e Compagnoni compresi; e poi Pasinetti, Monteforte, Quintavilla e gli altri.

E lo Stelvio, chiaro, con la sua strada, la sua gente, la sua storia.

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