«Anche in Valtellina  la variante inglese  Ma il vaccino ci aiuta»
Patrizia Zucchi è infettivologa all’ospedale Morelli di Sondalo

«Anche in Valtellina

la variante inglese

Ma il vaccino ci aiuta»

Patrizia Zucchi, infettivologa dell’ospedale Morelli, fa il punto sulle modifiche al virus e sulle conseguenze delle vaccinazioni

Anche la variante inglese ha fatto il proprio ingresso nei reparti Covid del Morelli di Sondalo. Quelli che, salvo una leggera riduzione della pressione avvertita a ridosso delle festività natalizie, sono tornati a lavorare a pieno regime e, già, gli operatori, sono pronti a considerare la riapertura di uno dei reparti, da poco, chiusi.

A fare il punto è Patrizia Zucchi, infettivologa, dal marzo dello scorso anno impegnata al centro Covid Morelli, salvo una parentesi estiva che, tutti, speravano fosse più lunga. E fra i 50 operatori sanitari, che, lo scorso 27 dicembre, hanno partecipato al Vaccination Day, chiamata, lunedì prossimo, a ricevere la seconda dose.

Dottoressa, avete pazienti con la variante inglese o sudafricana?

Con la variante inglese, sì. Abbiamo un paziente ricoverato, proveniente dalla Valtellina, e la sua famiglia in osservazione. Non posso riferire altro, per ragioni di privacy, però un componente la famiglia proveniva dall’Inghilterra. Dopodiché, tutti gli approfondimenti del caso li effettua il laboratorio di Pavia con cui siamo in contatto.

E’ una variante più aggressiva, più temibile da questo punto di vista?

Più aggressiva no. Non c’è alcuna dimostrazione del fatto che sia capace di portare a malattia grave, più del virus che vediamo normalmente. Invece, ha la capacità di infettare di più. Per cui, potrebbe essere, che le regole di protezione che utilizziamo, debbano essere potenziate. Stesse le metodologie, invece, di diagnosi e di cura.

Riguardo alle terapie, ci sono novità?

No, ricorriamo agli stessi farmaci. Guardiamo con interesse agli anticorpi monoclonali utilizzati negli Usa, efficaci, soprattutto, nella fase iniziale della malattia, ma, al momento, l’Europa, non li ha ancora licenziati. Abbiamo partecipato anche al protocollo Tsunami, con plasma iperimmune, ma, ora, lo studio è chiuso e non è stato più arruolato nessuno.

Come ha cambiato, l’arrivo del vaccino, il lavoro in corsia?

Ha cambiato tutto, ma solo dal punto di vista psicologico, perché il fatto di sapere di poter contare sul vaccino ci aiuta a stemperare la tensione, quel costante stato di allerta in cui lavoriamo e che rende, tutto, molto faticoso. Poi, chiaro, il vaccino non funziona come un interruttore della luce, che appena lo accendi, si illumina. Ci vuole tempo. Io sono fra i primi vaccinati, il 27 dicembre scorso, e lunedì completerò il ciclo. Poi ci vorranno altri sette giorni, perché il vaccino divenga efficace. E così per tutti i colleghi e tutte le persone che, via via, verranno vaccinate.

Quando verrà il turno delle persone comuni? In estate?

Chissà, forse anche prima. Abbiamo i vaccini Pfizer, Moderna, AstraZeneca è in arrivo, Johnson & Johnson lo sta preparando. C’è grande fermento nel settore. AstraZeneca, tra l’altro, ha ricorso ad un’altra biotecnologia di produzione. Praticamente utilizza virus non patogeni per innestare il processo di produzione degli anticorpi. Diciamo che la ricerca, in 12 mesi, ha fatto passi giganteschi e, altri, ne farà prima del prossimo inverno.


© RIPRODUZIONE RISERVATA