Albosaggia, vivo grazie al trapianto   quando ormai mancava poco
Il dottor Amedeo Carraro con Giuliano Della Vedova

Albosaggia, vivo grazie al trapianto

quando ormai mancava poco

Giuliano Della Vedova, 59 anni, di Albosaggia, operato al fegato a Verona come “emergenza nazionale”. Il chirurgo: «Il paziente aveva una prognosi a breve termine». Le difficoltà per via dell’epidemia in corso

La collaborazione fra Centri trapianto a livello nazionale e regionale ha significato salvare una vita umana. Che in tempi di emergenza covid, in regime di massima urgenza, e su un paziente al limite della sopravvivenza per problemi al featog, ha in sè dell’evento, se non miracoloso, certamente eccezionale e degno di essere portato agli onori delle cronache.

Protagonista di questa bella storia un nostro convalligiano, Giuliano Della Vedova, 59 anni, di Albosaggia, un pezzo di pane cui tutti, subito, si sono affezionati, facendosi in quattro per cercare di salvargli la vita.

Una lotta

Non senza il supporto e l’attenzione costante dei suoi famigliari, la sorella Renza, il fratello Luciano, la cognata Claudia, che hanno lottato strenuamente perchè venisse assicurata una possibilità al loro congiunto. Non facile, ribadiamo, in epoca di emergenza covid, non fossaltro per il fatto che Giuliano era in lista d’attesa di trapianto di fegato al Papa Giovanni XXIII di Bergamo e, lì, era stato trasferito dal reparto di Medicina di Sondrio, per effettuare il decorso pre operatorio, in attesa di un organo compatibile.

A fine febbraio, però, è scoppiata la pandemia che ha messo a soqquadro proprio il Papa Giovanni, tant’è che Giuliano è stato dimesso per evitargli ogni contagio e trasferito di nuovo a Sondrio, in attesa di trovare, per lui, un’alternativa a stretto giro di posta. Non poteva più aspettare. Ma il covid ha complicato tutto. Difficile trovare un Centro prelievi che lo accogliesse. Fino a quando, insisti oggi, insisti domani, si è aperta una breccia a Verona.

«Ci è giunta la richiesta di disponibilità da parte dei parenti di Della Vedova - spiega Amedeo Carraro, responsabile del Centro trapianti di fegato dell’Azienda ospedaliera universitaria integrata di Verona -, e, in un primo momento ci è sembrato di buon senso e corretto sentire i colleghi dei centri trapianto lombardi, considerato che ve ne sono quattro operativi nella vostra regione, al Niguarda, al Policlinico, all’Istituto dei Tumori e al Papa Giovanni. Tutti, però, non erano in grado di accoglierlo subito, causa l’emergenza covid, per cui abbiamo dato la nostra disponibilità, considerato che il paziente aveva una prognosi a breve termine».

Collaborazione

E’ qui che si è innescato il meccanismo della collaborazione fra centri trapianto con l’attivazione della procedura di “urgenza nazionale”.

«Vi si ricorre in casi limite, - spiega Amedeo Carraro, 44 anni, da sette a Verona e da uno responsabile del Centro trapianti di fegato - in regime di massima urgenza. Esattamente il caso del signor Della Vedova, che non avrebbe potuto sopravvivere se fosse stato trattato in regime non di urgenza, ma, cosiddetto, di “esclusività”, cioè come paziente in lista d’attesa solo al Papa Giovanni. L’urgenza nazionale gli ha, infatti, permesso di essere il primo paziente in lista in tutta Italia per il trapianto non appena vi fosse l’organo disponibile». Che è arrivato. Il giorno 17 marzo, poche ore dopo l’approdo di Della Vedova, dall’ospedale di Sondrio, al centro trapianti di Verona, dove è giunto in elicottero alla mezzanotte del 15 marzo scorso. Il giorno successivo, l’effettuazione del tampone per la ricerca del covid, di prassi, che, una volta negativo, ha consentito il via libera al trapianto.


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