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Jazz: insieme Jarrett e Haden
colgono il Bello in «Jasmine»

MILANO - Keith Jarrett: il pianista e Charlie Haden hanno realizzato il cd "Jasmine" (Foto by COMO)

COMO Keith Jarrett e Charlie Haden, due mostri sacri della musica contemporanea. Già insieme e già sperimentatori all'alba degli anni Settanta. Due americani, profondamente radicati in quella terra e in quella cultura, forse meno di quanto loro stessi percepiscano e cerchino continuamente di ribadire. Forse meno perché in realtà nel loro humus culturale c'è tanto vecchio continente quanto loro continuino indefessi a dirsi ricercatori di bellezza. Haden da qualche anno non ama che parlare di quello, del Bello. Jarrett lo segue a ruota, meno a parole e più con le note. Tant'è che si sono rincontrati dopo che le loro strade si erano divise (e forse anche un po' distanziate) e l'hanno trovato: il Bello. Si chiama «Jasmine» ed è un disco in duo in cui ovviamente Jarrett la fa da padrone (come potrebbe essere altrimenti, vista la caratura e ancor più il carattere del personaggio?), sebbene Haden non rimanga certo sullo sfondo. Jasmine è una registrazione di tre anni fa, che i due hanno realizzato nello studio adibito da Jarrett in un'ala della sua abitazione nel New Jersey. Otto tracce che hanno richiesto mezzo lustro perché venissero selezionate, tra quelle rimaste su nastro in quei tre o quattro pomeriggi in cui i due si ritrovarono a suonare insieme dopo quasi trent'anni. E più o meno altrettanti che Jarrett non incideva un album al chiuso di uno studio. L'occasione è stato un documentario che il regista Reto Cardeff stava allora girando su… Charlie Haden, un biopic in cui ovviamente non poteva mancare la testimonianza del pianista di Allentown. E allora, Haden e il regista vanno a trovare Jarrett in campagna e una volta lì i due scoprono che, come negli anni Settanta, a unirli era la ricerca per il Nuovo, oggi è quella per il Bello, appunto. E allora suona oggi che suona domani, suona tu che suono io… i due non hanno certo bisogno di trovare un editore che accetti di pubblicare quanto di buono (e di Bello!) uscirà dalle loro mani (loro direbbero "cuori" o "anime", ma noi non siamo artisti e quindi pensiamo e scriviamo con altre cognizioni), e quindi acchiappano il repertorio degli standard americani, lo accarezzano e al tempo stesso, ascoltando con attenzione, si capisce come abbiano voluto (e saputo) lasciarsene accarezzare. Entrandoci dentro, senza uscirne mai ma al tempo stesso senza indugiare in facili gigionerie. «For All We Know» e «Where Can I Go Without You» in apertura valgono quasi venti minuti di pura grazia. Sul brano di Coots e Lewis, Haden prende uno dei suoi pochi soli, basta il suo suono per ascoltare bellezza, e per un momento lo stesso Jarrett sembra stupirsi di quanto sta uscendo dalle quattro corde della amico. Sembra titubante, non se ne conoscesse l'altezzosità congenita. I due si trovano: Jarrett sviluppa il tema in tutta la sua cantabilità, Haden è sempre lì a sostenere e accentarne le scansioni. Sul secondo sono le venature di blues ad arricchire una melodia esposta sempre in primo piano: Haden la rintraccia a fasi alterne anche durante la sua improvvisazione solista. Poi, «No Moon At All»: un solitario discreto ma a 24 carati. L'unico brano in cui l'andatura da ballad che pervade il disco subisce una qualche increspatura, in favore di un semi up-tempo. E a proposito di cantabilità: i brani in scaletta sono tutti cavalli di battaglia di interpreti vocali. «One Day I'll Fly Away» è una poesia in note che ha il suo apice espressivo nella veste di notturno che si dà con lo scorrere del tempo e il susseguirsi delle battute. Quindi, una breve intro a firma di Jarrett per quell'«I'm Gonna Laugh You Right Out Of My Life» che vale il disco. Per interpretazione di Jarrett, brillantezza del suono di Haden. Perché i due, trovandolo finalmente, ci hanno messo a parte del Bello.
Andrea Di Gennaro

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