Il destino di Gaza nei calcoli politici

L’altra sera la notizia ha fatto il giro del mondo in un lampo: Hamas ha accettato l’accordo. E subito dopo sono arrivate le immagini di palestinesi festanti, nella Striscia di Gaza ma anche in Libano, in Qatar e in molti altri dei luoghi in cui li ha portati la diaspora. Non ci è voluto molto, però, per capire che la festa forse non era immotivata ma di certo prematura.

In realtà, Hamas aveva accettato un accordo con Israele, ma nella versione, non si sa quanto riveduta, ma certamente corretta, da parte dell’Egitto, il mediatore principe di queste ultime settimane. L’Egitto ha un forte interesse a che la crisi trovi una composizione. Si combatte ormai al suo confine e, se davvero Benjamin Netanyahu dovesse ordinare un attacco su Rafah, rischierebbe di dover gestire l’afflusso di un milione e più di profughi palestinesi.

È quindi possibile che i diplomatici egiziani abbiano cercato di spingere comunque verso un accordo che, secondo fonti non confermate, prevederebbe una prima tregua di sei settimane, poi altri due periodi di 42 giorni con il progressivo ritorno degli ostaggi e la contemporanea liberazione di palestinesi prigionieri di Israele. Il vero pomo della discordia, a quanto pare, sarebbe il ritiro delle truppe israeliane dalla parte centrale di Gaza: per il governo israeliano è decisivo tenere la posizione per garantire la sicurezza del Sud di Israele; per Hamas, al contrario, è fondamentale recuperarla per far tornare i profughi e cercare di cantar vittoria.

Su tutto aleggia la minaccia israeliana di un attacco su Rafah, resa ancor più incombente dagli ordini di evacuazione che le truppe dello Stato ebraico stanno già trasmettendo alla popolazione.

Netanyahu non vuole richiamare le truppe per due ragioni. La minaccia è un ottimo strumento di pressione, non solo su Hamas ma anche sull’amministrazione americana, che critica l’idea, ma intanto non può smettere di aiutare Israele. E poi difficilmente Netanyahu potrebbe dire ai suoi di aver vinto se non mostrasse di aver abbattuto anche gli ultimi reparti combattenti di Hamas, o almeno catturato Yahya Sinwar, l’organizzatore delle stragi del 7 ottobre scorso.

Così, nelle scorse ore, si poteva assistere a questo quadro: Hamas e l’Egitto a favore dell’accordo, Israele contro e gli Stati Uniti in posizione di attesa, pronti a lavorare come facilitatori. C’era l’accordo ma non c’era la tregua, insomma. L’ultimo passo è sempre il più difficile, ma la sensazione era che comunque qualcosa si stesse muovendo. In questa fase l’ostacolo maggiore al raggiungimento dell’obiettivo è il destino politico di Netanyahu e dei partiti di estremisti che ha imbarcato in questa sua ultima esperienza di governo. Quello che la Casa Bianca di Joe Biden propone a Israele è un patto conveniente: totale distensione con l’Arabia Saudita (e quindi con le petromonarchie del Golfo Persico e in generale con l’islam sunnita) in cambio della nascita di uno Stato palestinese che, nella versione aggiornata degli Accordi di Abramo, sarebbe comunque un’entità debole, quasi indifesa e dal territorio ridotto.

I vantaggi sarebbero enormi, dal punto di vista politico anche per gli Usa. Un quadro, però, in cui non c’è nulla per Netanyahu: dovrebbe accettare il cessate il fuoco, non potrebbe dire di aver eliminato Hamas e non potrebbe trovar posto nei futuri assetti, lui che (insieme con gli estremisti di cui sopra) ha sempre sostenuto che mai e poi mai sarebbe nato uno Stato palestinese. Ed è chiaro che Netanyahu tutto è tranne che rassegnato a uscire di scena.

Non si creda, però, che le difficoltà siano solo sul lato israeliano. Hamas ha portato il suo popolo al massacro, Al Fatah e Abu Mazen sono ai minimi termini nel gradimento dei palestinesi. Chi governerebbe un eventuale Stato di Palestina? È possibile, anzi probabile, che tra i terroristi che hanno impaurito Israele e i burocrati senza dignità i palestinesi tornerebbero a scegliere i primi. È chiaro quindi che una soluzione può venire solo dall’esterno, da chi ha la forza e l’autorità per imporsi a contendenti che hanno ormai perso la capacità di ragionare e trovare un compromesso. E gli unici con tali caratteristiche sono gli Stati Uniti. Vedremo se la storia li troverà pronti.

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