Melavì, gli ex vertici contro Fava
Il caso Melavì, botta e risposta tra gli ex vertici e la Regione

Melavì, gli ex vertici contro Fava

L’assessore regionale aveva criticato la mancata partecipazione al Piano di sviluppo rurale. «Un progetto di filiera che escludeva l’80% delle nostre aziende e non prevedeva interventi di promozione».

«Non capiamo il senso della polemica e non ci stiamo a che le informazioni date siano diverse da quanto è accaduto». Esordiscono con queste parole l’ex presidente e l’ex vicepresidente di Melavì, rispettivamente Gian Luigi Quagelli e Massimo De Luis, in riferimento alle dichiarazioni rilasciate dall’assessore regionale all’Agricoltura, Gianni Fava, in occasione della sua visita alla cooperativa ortofrutticola dopo il rinnovo del consiglio direttivo, ora guidato dal presidente Bruno Delle Coste.

«La mela è un prodotto che si vende, ma bisogna vedere a quali condizioni – aveva dichiarato Fava prima di Natale -. Non spetta a me dire come. Io posso soltanto comunicare che rendiamo disponibili strumenti su due versanti: per la promozione ed investimenti sulle aziende e sugli impianti. Abbiamo appena dato vita ad un piano di filiera integrato sulla misura n. 16 del Piano di sviluppo rurale, cui questo consorzio inspiegabilmente non ha partecipato. Mi auguro che, se riapriremo i termini l’anno prossimo, ci sia un ripensamento da parte di Melavì. Si tratta di un’opportunità unica, con soldi a fondo perso, per modernizzare le aziende».

Arriva ora la replica di Quagelli e De Luis: «Melavì ha presentato un proprio progetto su una misura del Psr, lo stesso progetto per intenderci che era stato precedentemente respinto in quanto il sistema informatico di Regione Lombardia, l’ultimo giorno buono, si è guastato - affermano -. Per quanto concerne il progetto di filiera a cui l’assessore fa riferimento, si ricorda che il progetto era sì di filiera e Melavì poteva presentarlo per le aziende socie, ma l’ammissione continuava a essere individuale e le aziende potevano essere finanziate in particolare alla voce impianti, che era poi quella di interesse, a due condizioni: l’importo minimo di 30mila euro che, già di per sé, esclude l’80 per cento delle nostre piccole aziende frutticole, e il conseguimento di 30 punti nella graduatoria di merito. Punteggio assolutamente al di fuori della portata delle nostre aziende come ben si deduce scorrendo la tabella di attribuzione dei punteggi».

Solo formazione

E aggiungono che la misura 16.10 non finanziava azioni di promozione, ma solo azioni di formazione e informazione tecnica per gli agricoltori, iniziative di investimenti per gli agricoltori e per la cooperativa, per quest’ultima riducendo ulteriormente la percentuale di contributo dal 35 per cento al 30 per cento di cui il 10 per cento in conto abbattimento interessi.

«Per ottenere i trenta punti di ammissione dei singoli agricoltori - precisano infine gli ex vertici della cooperativa -, accanto ai reimpianti che permettevano di acquisire solo pochi punti, occorreva investire in attrezzature fisse, strutture, raccolta dell’acqua piovana, recupero di calore con appesantimento dei costi tali da vanificare i contributi. A fronte di tutto ciò non si capisce, pertanto, il senso della polemica».

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