Bitto, la pace è finita: «Ce ne andiamo»
Il momento dell’accordo siglato a Gerola nel novembre del 2014, tempi ormai molto lontani

Bitto, la pace è finita: «Ce ne andiamo»

I produttori del Consorzio di salvaguardia: «Cambiamo nome e nuovo marchio con l’appoggio di Slow Food». Accuse alla Camera di commercio: «Accordi non rispettati» - La replica: «Richieste di soldi impossibili da esaudire».

L’accordo definito “pace di Gerola” è saltato, i produttori delle Valli del Bitto sono pronti a cambiare nome e ad allontanarsi definitivamente dalle istituzioni locali a tutti i livelli, sostenuti da Slow Food che conferma senza condizioni di stare al fianco dei produttori dello storico formaggio.

Il presidente del Consorzio di salvaguardia del Bitto storico, Paolo Ciapparelli, definisce «morto l’accordo che siglammo un anno e mezzo fa con la Camera di commercio e il Consorzio di tutela Casera e Bitto» e imputa proprio alla Camera di commercio «la responsabilità di oltre vent’anni di incapacità nel gestire la Dop e il territorio, dal falso storico sancito negli anni 90 con la definizione della zona di produzione della Dop Bitto fino all’ultimo del 2014 che non ha in alcun modo rispettato: un disastro per un’istituzione economica che il territorio e le sue eccellenze dovrebbe tutelarle. Abbiamo registrato un nuovo marchio – sostiene Ciapparelli – che è per noi una garanzia economica, dopo che lo stesso assessore regionale Gianni Fava ci ha fatto presente che il nome Bitto non può essere utilizzato dai produttori storici al di fuori della Dop: rischieremmo denuncia e sanzioni che già in passato abbiamo dovuto sostenere. Siamo pronti a presentare il nostro nuovo nome al Salone del Gusto di Torino in settembre forti del totale appoggio di Slow Food».

La realtà del Bitto storico è costituita da due entità: i 12 produttori di altrettanti alpeggi e la Bitto Trading, spa «che con un enorme sforzo economico di soli privati garantisce il ritiro del prodotto a prezzo etico, arrivando a un 50% di sottoscelta nell’estremo sforzo di selezionare la qualità del formaggio dei nostri alpeggi. Dal 1994 abbiamo intuito che la potenzialità delle Valli del Bitto era l’alpeggio, con la storia di un prodotto a esso legato che poteva essere non solo il passato ma anche il futuro dell’economia locale. Ce lo hanno riconosciuto Slow Food, che dei 400 Presidi di tutto il mondo ha fatto del nostro una bandiera di biodiversità, il mercato internazionale raggiungendo quotazioni impensabili vent’anni fa, gli operatori del settore in tutto il mondo. Ma in provincia siamo fermi al palo».

Tra l’oggi e l’annuncio di settembre c’è il tempo di una stagione d’alpeggio e un tentativo, condotto da una trentina di associazioni culturali, di trovare una mediazione tra le parti che ad oggi pare difficile. Ciapparelli detta due nette condizioni: «Un accordo avallato dal ministero delle Politiche agricole per il riconoscimento nel disciplinare delle due differenti produzioni che assegni al nostro Consorzio di salvaguardia la gestione della produzione storica e il risarcimento dei soldi che i privati hanno fino ad oggi anticipato per salvare e valorizzare questo prodotto d’eccellenza». Su quest’ultimo punto, il presidente della Camera di commercio, Emanuele Bertolini, sostiene sia naufragato l’accordo «raggiunto dopo lunghe trattative e molto valido nei contenuti, ma che si è arenato di fronte alla richiesta di soldi da parte della società di Ciapparelli, che in nessun modo era possibile esaudire, e al mancato rientro dei produttori nel Ctbc. Il progetto era strutturato, è venuta meno la volontà. Al momento della definizione della Dop nessuno ha eccepito riguardo l’attribuzione dell’area di produzione, quindi il nome “Bitto” di fatto appartiene a chi rientra nel Ctbc. Danni d’immagine non ne vedo - conclude -: a parlare è la qualità del prodotto, che non appartiene solo al gruppo degli storici bensì è prerogativa di tutta la produzione del Bitto Dop».

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