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Talamona - Martedì 31 gennaio 2012: ultimo giorno di lavoro per quattro impiegate alla Dresser di Talamona. Tutte donne, tra i 30 e i 40 anni. Due di loro hanno marito e figli. Le più anziane, dal punto di vista professionale, lavorano all'ufficio amministrativo dello stabilimento talamonese da dieci anni. «Noi non siamo dipendenti Dresser - spiega una di loro - il nostro datore di lavoro è l'Ufficio service, una cooperativa che fornisce alle aziende servizi in outsourcing, con loro abbiamo firmato un contratto, ma l'azienda dove siamo state dislocate non ha più bisogno di noi e così siamo a casa». Da quando alla Dresser le cose hanno cominciato ad andare male, il personale impiegatizio dall'amministrazione all'ufficio acquisti o alla certificazione dei macchinari è stato progressivamente tagliato. Per il reparto cubogas, in via di smantellamento, non serve più nessuno e allora anche le impiegate sono costrette a lasciare con prospettive incerte, anche di poter accedere almeno agli armonizzatori sociali. «Abbiamo avuto un incontro nei giorni scorsi con il datore di lavoro e i sindacati per vedere se c'è la possibilità di avere la cassa integrazione in deroga per sei mesi, eventualmente prorogabili per altri sei, ma non è ancora sicuro che si possa fare, stiamo aspettando, ma quel che ci preoccupa è che non ci sono prospettive concrete per noi che siamo donne e non più giovanissime per un'eventuale ricollocazione nel mondo del lavoro». Per loro si chiude un periodo lavorativo. Da oggi la loro vita cambia e non sarà facile trovare un'alternativa occupazionale in questo momento così difficile. Intanto le cose non si mettono bene nemmeno per i 34 operai del reparto cubogas che attendono per domani la firma a Roma, al ministero del Lavoro, dell'accordo per la cassa integrazione straordinaria. «In realtà non sappiamo come verrà gestita - afferma Pietro Mondora, delegato Rsu della Fiom -. Avremo lavoro ancora per qualche giorno, ma poi verranno a smontare la linea produttiva. Abbiamo chiesto garanzie, incontri con i vertici di Ge, ma non sembrano esserci alternative alla cassa integrazione. Ovviamente questo clima di incertezza non ci fa stare tranquilli, noi speriamo sempre che da parte della multinazionale che ha rilevato la Wayne arrivino segnali concreti di apertura e disponibilità ad un'eventuale ricollocazione in azienda».
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