Siccardi: «Dico “prima i nostri” ma faccio lavorare tanti frontalieri»
Alberto Siccardi, 73 anni, originario di Sondalo

Siccardi: «Dico “prima i nostri” ma faccio lavorare tanti frontalieri»

L’imprenditore originario di Sondalo si è trasferito nell’80 a Mendrisio occupandosi anche di temi politici e sociali.

Ha lasciato la Valtellina e in Svizzera ha creato ben 500 posti di lavoro. Ma Alberto Siccardi - 73 anni originario di Sondalo, dove ha diretto la società di famiglia del settore biomedicale Bieffe – ha anche un altro obiettivo: l’educazione civica. L’imprenditore, che dal 1980 lavora in Ticino e a Mendrisio ha fondato e dirige Medacta, azienda ad alto valore tecnologico che si occupa della produzione di protesi, ha contribuito alla vittoria di un importante referendum. Un paio di settimane fa il popolo ticinese ha approvato un quesito finalizzato alla richiesta di ore separate per l’educazione civica.

Questa proposta è stata ideata dai promotori – Siccardi era il primo firmatario - per spingere i docenti a insegnarla veramente, e non solo richiamandola, di volta in volta, nelle diverse materie come storia, diritto e altre. Il suo pensiero dimostra che economia e cultura civica sono due mondi tutt’altro che distinti.

Qual è stato lo spunto che l’ha portata a promuovere quest’iniziativa?

In Svizzera, secondo la Costituzione federale, la civica dovrebbe essere insegnata in tutti i Cantoni, ma i docenti – mi riferisco soprattutto ai socialisti – non apprezzano quest’impostazione. Per trent’anni non è mai stata curata.

Uno studio dell’università luganese Supsi del 2011 ha messo in evidenza questa criticità. Abbiamo quindi proposto un’iniziativa popolare per farla insegnare separatamente dalle altre materie con due ore al mese di lezioni. Dopo l’iniziativa ci sono voluti quattro anni, ma si è andati alle urne con il testo della Commissione scolastica del parlamento, che l’ha approvato con il 90% dei sì. Abbiamo voluto che anche il popolo andasse a votare. Lì si è scatenata la bagarre degli insegnanti. Mi hanno detto di occuparmi degli affari del mio Paese, l’Italia, anche se in Svizzera ho portato 500 posti di lavoro. Alla fine quasi due tre ticinesi su tre ci hanno dato ragione.

E lei, che è originario della provincia di Sondrio, ha continuato a impegnarsi in una discussione politica tutta svizzera...

Non sono un politico, ma tengo molto alla libertà e alla democrazia. Prima di trasferirmi nella Confederazione, in Italia, soffrivo per i rapporti con burocrazia e sindacati, relazioni che nel secondo caso ora fortunatamente sono migliorate. Appena arrivai qui mi resi conto che i diritti popolari consentono una maggiore libertà e un migliore funzionamento del Paese. Provai a proporre in Italia questo strumento, ma non trovai riscontri adeguati.

Cosa verrà insegnato agli studenti?

La civica non è una materia nozionistica. Per usare una metafora, è un animale a due gambe: funzionamento dello Stato ed educazione alla cittadinanza. L’aspetto centrale sono i diritti popolari: referendum ed iniziativa popolare. Restituiscono dignità a qualunque popolo della terra e la Svizzera è l’unico che ha questi strumenti. Non è la perfezione, perché a volte la cittadinanza sbaglia, ma la democrazia semi-diretta è molto meglio rispetto agli errori di qualche soggetto a Berna.

Quali benefici comporterà la civica per i nativi digitali?

Serietà nei comportamenti e nel lavoro, solidarietà e capacità di rifuggire da atteggiamenti che abbiano solo il proprio interesse. Ma la cosa più importante, lo ribadisco, sono i diritti popolari. La Svizzera ha chiuso il bilancio con 500 milioni di franchi di avanzo. Avanzo, non disavanzo: noi teniamo gli occhi puntati sui politici di ogni livello. Noi non siamo succubi della legge Fornero, noi decidiamo del nostro futuro. Siamo noi che scegliamo cosa ci sta bene, senza che un ministro si metta a piangere alla televisione.

Lei è italiano, si riconosce nella destra svizzera e dà lavoro a centinaia di frontalieri. Il suo ufficio è senza dubbio un osservatorio privilegiato del fenomeno.

Tutte le mattine 65mila italiani attraversano la frontiera. I problemi sono noti: disoccupazione degli svizzeri, salari bassi e traffico. Partiamo dall’ultimo. C’è una tassa sui parcheggi, quindi si cerca di ridurre il numero di auto. Però questa legge è incostituzionale, c’è un ricorso al tribunale federale. Il problema non è quindi stato risolto. Il 70% dei miei dipendenti è italiano, anche se sono un uomo di destra. Voglio dare la precedenza agli svizzeri perché mi sembra giusto che se sono nella Confederazione e se c’è un disoccupato, penso prima a lui. Io do la precedenza agli ingegneri svizzeri pagandoli di più, ma uno su cinque scompare e va in disoccupazione dopo un anno di lavoro pur avendo un posto, perché questo status gli comporta dei vantaggi. La legge glielo consente per diciotto mesi. Un ingegnere appena laureato al Politecnico di Milano da noi prende almeno 3000 franchi lordi, che al netto sono circa 2250 al primo impiego. Dove li trova simili stipendi in Italia? Ecco perché si assumono italiani. “Prima i nostri” è un principio sacrosanto. Ma hanno cercato di applicarlo male e occorre apportare dei miglioramenti.

Quali potrebbero essere le soluzioni, quindi?

Bisogna cambiare la legge sulla disoccupazione e migliorare la formazione degli svizzeri.

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