L’orso in provincia, si accende il dibattito
Cresce la preoccupazione per la presenza degli orsi dopo la recente aggressione di un escursionista in Trentino

L’orso in provincia, si accende il dibattito

Murada lancia l’allarme sul web: «La Valtellina è una zona di espansione dei grandi plantigradi». Il presidente del Parco delle Orobie consiglia: «Installate recinzioni elettrificate e usate i cani da guardiania». Coldiretti: «Noi agricoltori siamo stufi dei falsi esperti».

Convivenza e compatibilità dell’uomo, in ambiente, con i grandi plantigradi: l’orso, predatore che gira spesso anche in Valle, dopo l’aggressione di un escursionista avvenuta nella scorsa settimana in Trentino, Terlago, Valle dei Laghi, fa più notizia e più paura. Il primo a esporsi e ad accendere la polemica sulla “troppa libertà” lasciata in questi anni al grande selvatico, è stato il direttore della Fondazione Fojanini Graziano Murada. Lo ha fatto con un post articolato diffuso in questi giorni sui social media, una riflessione personale e accorata. «La Valtellina – ha ricordato Murada – è “zona di espansione di grandi plantigradi”, il Progetto Life Ursus – ha poi spiegato parlando del programma finanziato dalla Ue per salvare dall’estinzione l’orso bruno trentino e con lui l’ultimo nucleo di orsi delle Alpi – ci espone a un futuro in cui qui l’orso ci sarà e le nostre montagne non saranno più sicure».

Murada ho poi voluto rappresentare le ragioni dei tanti «che vivono la montagna» e che sono distanti anni luce dai “professori e teorici dell’ambiente” che sono permissivi e non gestiscono le situazioni. Orsi e predatori «problema per chi la montagna la preserva e la lavora». Ma le posizioni sull’argomento sono tante, l’orso viene avvistato da anni, ad esempio sulle Orobie valtellinesi e la sua presenza viene monitorata, come quella di altri predatori, sono “flussi” che interessano il territorio e che lo influenzano.

«Proprio così – ha chiarito da Sondrio il direttore del Parco delle Orobie valtellinesi Claudio La Ragione – ogni tanto gli orsi qui arrivano. La loro non è una presenza sporadica, gli avvistamenti ci sono. E non possiamo parlare di “reintroduzione dell’orso”, il Progetto Life Ursus – ha anche detto – è stato concepito per rinsanguare la popolazione trentina dell’animale che stava estinguendosi, per questo parlare di reintroduzione non è corretto, in Trentino quando sono stati portati i nuovi esemplari l’orso c’era. Così come – ha poi chiarito il coordinatore del Parco regionale – nessuno sta pensando di reintrodurre orsi da noi. Anche qui l’orso in passato c’era, questo suo arrivare ogni tanto nei nostri boschi è al limite un “ritorno spontaneo». Un ritorno che riguarda gli esemplari maschi.

«I maschi giovani – puntualizza “l’uomo del Parco” –, esemplari che nascono in Trentino dove la presenza dell’orso è istituzionalizzata e si spingono nei primi anni di vita nei territori vicini». È una forma di “esodo temporaneo”, gli orsi possono viaggiare per centinaia di chilometri in cerca di nuove aree, ma, raggiunta la maturità, fanno ritorno da dove sono partiti, nella aree trentine dell’Adamello-Brenta dove ci sono le femmine, «si accoppiano, diventano stanziali».

L’ipotesi di una maggiore presenza del plantigrado nelle nostre zone potrebbe verificarsi solo in caso di una migrazione maggiore di esemplari di maschi e di femmine. Così come per il lupo non ci sono branchi in provincia. «Solo esemplari isolati». Nel frattempo il Parco Orobie organizza da anni incontri con la popolazione e fornisce a pastori e agricoltori indicazioni per proteggere greggi e alveari.

«Consigliamo di installare le recinzioni elettrificate – ha precisato ancora Claudio La Ragione – di adottare misure dissuasive, utilizzare i cani da guardiania. Facciamo il tutto in collaborazione con l’ente Provincia che ha un settore dedicato. Non c’è una unica strategia per scongiurare inconvenienti, l’informazione è utile e preventiva rispetto a problemi che possono insorgere, non si risolvono del tutto i problemi ma si capisce come affrontarli». Troppi selvatici che ripopolano montagne diventate incolte, zone di bosco abbandonate e ormai “invivibili” sia per l’uomo sia per gli animali, un pericolo e un motivo di assillo per chi lavora nei pascoli, nella pastorizia, per gli agricoltori.

L’orso che diventa aggressivo e azzanna un escursionista in Trentino fa sbottare i rappresentanti provinciali del mondo agricolo. Dopo le dichiarazioni critiche di Graziano Murada parla Alberto Marsetti, presidente di Coldiretti Sondrio. «Perché per noi è una preoccupazione in più, tra le tante», spiega esasperato. «Sull’orso – afferma – ogni posizione di tutela che provenga da un mondo accademico ma distante dalla montagna, noi la rifiutiamo. Diciamo– aggiunge – che la presenza dell’orso in un ambiente disordinato e non gestito da anni come il nostro è molto pericolosa, destinata a causare danni, scompensi. L’aggressività dell’orso trentino è un sintomo e insieme un avvertimento che ci manda la natura, quando si rompono gli equilibri, quando non ha il suo spazio, la natura si ribella. Come si verificano le frane e gli smottamenti, si ribellano anche i selvatici, ne abbiamo troppi, e ci dobbiamo fare i conti, ci sono i lupi, i cinghiali, una lista di ungulati di tutti i tipi».

Marsetti parla del territorio. «Qui – spiega – l’orso non ha più spazio, lo sapevano anche i nostri vecchi che lo hanno eliminato perché non riuscivano a gestire la convivenza, ci vorrebbe per ogni orso una infinità di metri quadri, e dovremmo fare diventare le nostre zone dei parchi, ma ci sono le case, cosa facciamo? Vogliamo fare traslocare famiglie, le attività, desertificare interi borghi?». Il presidente sondriese Coldiretti chiede «chi definisca e pianifichi l’organizzazione del territorio», perché, aggiunge, «a noi che sulle montagne lavoriamo e viviamo nessuno chiede niente» e innesca una polemica aspra contro un “certo mondo ambientalista”. «Sono solo dei consumisti con sensi di colpa – afferma – dei cittadini incuriositi che vengono a dettare legge in un ambiente di cui non sanno nulla. Non lo conoscono in profondità perché non ci hanno mai lavorato davvero. Prima di reintrodurre il predatore si deve fare una valutazione di come sia il territorio. Nel bosco incolto i selvatici non trovano da mangiare, non hanno il loro spazio. E li ritrovi sui sentieri nei vigneti, noi agricoltori siamo stufi di falsi esperti, ci sentiamo umiliati, si parla di difendere la natura e si creano solo nuovi contesti innaturali».

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