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Si svolgeranno oggi alle 16, nella chiesa parrocchiale di Maggianico, i funerali di Riccardo Cassin, leggenda dell'alpinismo lecchese e mondiale morto giovedì all'età di 100 anni. Una scelta non casuale: «Riccardo – spiegano Guido e Daniela Cassin – avrebbe voluto così. In semplicità, nel quartiere in cui è vissuto, dove aveva l’abitazione (in via Boito 3), senza clamori, senza troppe cerimonie. Certo, molta gente non ci starà in chiesa, l’abbiamo previsto. Ma un funerale in Basilica a Lecco non gli sarebbe piaciuto». Nella sua semplicità, la Basilica gli sembrava troppo sfarzosa, grande. Sarà sepolto accanto alla sorella Gina, alla mamma Emilia e alla cara moglie Irma.
Non portate fiori, al funerale di Cassin. È la sua volontà.
Per questo, esaudendo un desiderio di Riccardo, la famiglia e la Fondazione invitano tutti coloro che desiderano dimostrargli affetto e amicizia a sostituire i fiori con una donazione destinata agli Istituti Riuniti Airoldi e Muzzi Onlus di Lecco presso il Credito Valtellinese, codice IBAN IT32X0521622900000000035505.
Ma quante scalate ha effettuato nella sua lunga vita questo gigante della montagna nato il 2 gennaio del 1909 a Savorgnano di San Vito al Tagliamento, in provincia di Pordenone? Non avrebbe potuto dirlo neppure lui. Qualcuno il calcolo ha cercato di ricostruirlo, però, ed è arrivato a conclusioni stupefacenti. Le conclusioni secondo le quali Riccardo Cassin - beninteso senza calcolare le uscite di allenamento che per tanto tempo sono state appunto quotidiane - si è messo alle spalle circa 2500 ascensioni, di cui 100 prime assolute.
Reinhold Messner lo ha definito «una pietra miliare nella storia dell’alpinismo».
Il debutto di Cassin, naturalmente, è sulla Grigna. Nell’estate del 1931, la via nuova sulla parete Est della Guglia Angelina con Mary Varale. Tre settimane dopo, Riccardo firma già una linea di altra categoria, sullo spigolo Nord del Sigaro con Giovanni “Sora” Riva. Altri 15 giorni ed è sulla Medale a tracciare con Mario "Boga" Dell’Oro quella che diventerà una classicissima.
Impara presto, insomma, Riccardo. Non si accontenta. E rivela subito lo scatto e l’impronta del fuoriclasse. Dopo quelli che sarebbero stati chiamati “i paracarri“ della Grigna, le pareti più alte. E, vissuto l’incontro decisivo con Comici e acquisita la padronanza delle sue tecniche di assicurazione, il salto verso le fantastiche Dolomiti sognate a occhi aperti. Nel 1934 - in compagnia di Gigi Vitali e Luigi Pozzi - Cassin sale per un nuovo itinerario sulla parete sud-est della Piccolissima di Lavaredo. L’anno seguente è la volta di un capolavoro assoluto: in cordata con Vittorio Ratti, il fantastico spigolo Sud-Est alla Torre Trieste. Poi l’insaziabile Riccardo si mette subito in corsa con alcuni alpinisti tedeschi per il traguardo memorabile idealmente posto in alto alla Nord della Cima Ovest di Lavaredo: la spunta lui, naturalmente. Ancora con Ratti, resta in parete 60 ore e supera difficoltà tecniche estreme sfidando anche un furioso maltempo.
E’ solo il primo passo di quello che diventerà il grande trittico delle Nord. Cassin nel ’37 passa dalle Dolomiti alla selvaggia Val Bondasca, nella vicina Svizzera, e attacca la Nord-Est del Badile, una muraglia di granito alta mille metri incastonata in un ambiente tetro e severo. Un’impresa che consegna un dramma atroce: la cordata lecchese (completata da Vittorio Ratti e Ginetto Esposito) raggiunge in parete quella comasca formata da Mario Molteni e Giuseppe Valsecchi, accetta di condurre insieme la salita e diventa protagonista di un’odissea epica, sconvolgente.
Grandi difficoltà tecniche, poi maltempo, bufera, scariche di sassi. Un incubo che trasforma la salita in una lotta per la sopravvivenza: dopo tre giorni di scalata durissima, i due alpinisti comaschi si spengono. Resterà questo - così atipico, perché non legato strettamente a una “sua” cordata - il solo incidente di tutta la carriera alpinistica di Cassin. Il trittico delle Nord, dicevamo. A chiuderlo, nel ’38, il capolavoro dello sperone Walker alle Grandes Jorasses con la cordata lecchese (con Riccardo ci sono Ugo Tizzoni e ancora Ginetto Esposito, e chiedono indicazioni per raggiungere le parete sventolando una cartolina) quasi spaesata a chiedere informazioni per raggiungere la parete: al debutto sul Bianco, nell’incredulità generale, subito un’impresa leggendaria.
Nel ’39 la Nord dell’Aiguille de Leschaux, e dopo la guerra - nel ’47 - altre due salite belle ma oscurate dalle troppe epiche che le hanno precedute: la Nord-Ovest della Prima Sorella del Sorapis e lo Spigolo Sud-Est della Torre del Diavolo. Poi i sogni extraeuropei, in una stagione in cui affrontare una spedizione internazionale significa scontare i tempi di comunicazioni e mezzi di trasporto lenti, niente a che vedere con i lampi aerei d’oggi. Per primo ecco il K2, che però resta solo un sogno (il sopralluogo con Desio, poi l’esclusione dalla spedizione che diventa una ferita mai più rimarginata), poi arriva il Gasherbrum 4, un quasi ottomila fantastico: Cassin guida una spedizione nazionale la cui cordata di punta formata da Carlo Mauri e Walter Bonatti raggiunge la vetta con un’impresa straordinaria.
Nel 1961, Riccardo è con Gigi Alippi, Luigino Airoldi, Jack Canali, Romano Perego e Annibale Zucchi al McKinley (6178 metri) nella grande sfida vinta con la parete Sud. Oltreoceano copertine di riviste e persino un telegramma di felicitazioni dal presidente statunitense Kennedy.
E poi ancora nel ’69 la spedizione ai 6126 metri dello Jirishanca, nelle Ande: a poco più di due settimane dall’installazione del campo base, tutti gli alpinisti in cima (ci sono ancora Alippi, Zucchi e Airoldi, ma ci sono anche Casimiro Ferrari, Giuseppe Lafranconi e Sandro Liati), una prima salita sulla parete Ovest che Riccardo firma a 60 anni. E nel ’75 la guida di un’altra spedizione nazionale dopo quella del G4: lo sfortunato tentativo alla Sud del Lhotse con un superteam nazionale che schiera il meglio del nostro alpinismo d’allora, Messner compreso. Con il passare del tempo Cassin conserva - rispetto alla più parte dei coetanei - la straordinaria “marcia in più” dei giorni belli della giovinezza. E lascia tutti ancora una volta stupiti nell’87 quando a 78 anni ripete, a mezzo secolo dalla sua impresa, la salita del Badile. Un evento clamoroso, che fa scalpore e che fa il giro del mondo attraverso le riviste specializzate. Restando impresso nella memoria come quella frase del grande alpinista, nel film che fissa l’eccezionale scalata e che viene girato («Vabbè, se proprio servono le riprese al primo giorno di bel tempo andiamo su e rifacciamo la salita») due settimane dopo l’impresa. «Vorrei avere le gambe di quand’ero giovane invece di arrancare come un vecchio, ma so che ce la farò».
Numerosissimi gli attestati di stima e di affetto ricevuti ieri dai familiari di Cassin. Il primo a telefonare, alle sette di mattina, alla casa dei Resinelli è stato Marco Confortola (noto alpinista valtellinese cresciuto a Valfurva, conosciuto per le imprese di sci estremo e per le salite sugli ottomila), dalle vette del Cevedale, dove si trovava quando è stato avvertito della dipartita di Cassin dai parenti stessi dell’alpinista friulano di nascita e lecchese di adozione. A loro, Confortola ha detto: «L’avevo messo nello zaino e lo stavo portando con me, ma è arrivato come sempre in cima prima lui. Non potrò mai dimenticare nonno Riccardo. Resterà sempre nel mio cuore». Una nota dell’alpinista valtellinese sottolinea: «Riccardo ha scritto la storia dell’alpinismo mondiale e i suoi enormi meriti non possono essere messi in discussione. Per tutti noi alpinisti, il suo percorso rappresenta un esempio e un modello da non dimenticare».
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