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La crisi fa tornare i cavatori
Operai locali al posto di immigrati

Un cavatore di pietre della Valmalenco (Foto by Sondrio )

Chiesa in Valmalenco - Nel creare ricchezza locale fa il paio con il turismo. Ma, a differenza di quest'ultimo, vanta mille anni di storia, essendo iscritto nel Dna della popolazione malenca. Il riferimento è all'attività estrattiva, pezzo forte della Valmalenco, in particolare delle realtà di Chiesa e Lanzada, ma con presenze anche a Torre di Santa Maria. Comparto di cui si è tornati a parlare negli ultimi giorni in relazione al fatto di cronaca nera che ha visto coinvolti lavoratori di origine indiana fino a poco tempo fa impiegati in cave e laboratori della Valmalenco.

«Abbiamo assunto lavoratori stranieri, polacchi, cinesi, indiani, negli anni passati perché avevamo bisogno di manodopera che trovavamo sempre meno in valle - spiega Filippo Scaramella, presidente del Consorzio Cavatori della Valmalenco e titolare della "Serpentinoscisto" -, ma oggi si assiste a un'inversione di tendenza perché sono sempre più i "locali" che vengono da noi a cercare lavoro. Soprattutto uomini sui 40 che, per la crisi, rimangono fuori dal mercato del lavoro. Quanto ai lavoratori extracomunitari, l'impressione è che per loro l'Italia rappresenti sempre meno il sogno di una vita. Quelli in servizio, comunque, vengono trattati allo stesso modo dei lavoratori del posto - tiene a chiarire Scaramella - non prendono né un euro in più né uno in meno. E, sul lavoro, non abbiamo mai avuto problemi, non ci sono scansafatiche, anche perché si tratta di un lavoro pesante».

Per il quale occorre manualità e orecchio. Perché ogni pezzo di serpentinoscisto è unico e lo spacco di ogni lastra da cui si ricavano le famose piode malenche viene fatto a mano con una tecnica che si tramanda da dieci secoli.

«Nella storica contrada dei cavatori, quella del Curlo, l'arte dello spacco si imparava subito - spiega Scaramella -. Ce l'abbiamo nel sangue, ma serve orecchio e passione. Se c'è quest'ultima anche chi non è del mestiere lo ruba in un attimo».

Un mestiere che coinvolge oltre 350 persone impiegate in cava, che salgono a 450 se si contano anche gli addetti ai laboratori di lavorazione della pietra.

«Le attività estrattive di serpentinoscisto di una certa dimensione sono una decina - dice il presidente -, oltre all'unica miniera di talco presente ancora in valle, la Imi Fabi, e all'unica azienda che estrae ancora la pietra ollare al Pirlo, la Gaggi Alberto. Poi ci sono tutta una serie di laboratori medio-piccoli che gravitano attorno a queste realtà più grosse (precisamente le ditte Zaffa, Celbas, Serpentinoscisto, Serpentino d'Italia, Serpentino e Graniti, Marmi Mauri, Marmi Valmalenco, Fratelli Cabello, Fratelli Schena) di cui, alcune, hanno intorno a 50 dipendenti, e altre intorno ai 20. Ricordo anche l'indotto - conclude Scaramella - perché è notevole. Abbiamo un centinaio di piccoli artigiani posatori che lavorano in valle, ma anche fuori, e altre piccole imprese che lavorano per il comparto estrattivo».

Un grosso giro che regge la competizione nazionale e, soprattutto, internazionale grazie al fatto che il serpentinoscisto della Valmalenco è unico al mondo ed è riconosciuto e apprezzato sui mercati esteri per le sue caratteristiche fisico-meccaniche. «Va anche detto - sottolinea il presidente del Consorzio - che, negli ultimi dieci anni, il comparto è cresciuto molto in valle puntando sull'industrializzazione delle attività, su più elevati standard di qualità e su un'attività promozionale e di marketing che ci ha fatto entrare nel non facile mercato tedesco fino a raggiungere quello cinese, coreano, medio orientale. A vincere, ricordo, però, è il made in Italy. Questi mercati apprezzano il nostro prodotto e il modo in cui viene lavorato. Saremmo perdenti se esternalizzassimo. L'unica via per restare sul mercato è produrre in Italia»

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