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Vernazza - Hanno piantato una bandiera sul cumulo di detriti ammassati sul porticciolo. Vernazza è in trincea. La lotta è contro il tempo, perché se piove si torna punto e a capo. E contro il fango, che a distanza di un mese ammorba ogni cosa. Si è inghiottito l'orizzonte dove il cielo si getta in mare e lo sguardo a chi si lascia il paese alle spalle finisce lì, su quel cumulo di terra da cui spuntano brandelli di vita quotidiana.
E poi ci sono i mezzi speciali giunti tra mille difficoltà. La ferrovia l'hanno ripristinata giovedì. La strada è ancora interrotta. E i due bestioni che si alternano a ingollare fango e sassi hanno guadato torrenti e superato frane per essere qui, a Vernazza. Sono arrivati dalle miniere Imi Fabi della Valmalenco e per raggiungere il paese hanno dovuto costruirsi un ponte provvisorio smuovendo la terra esondata.
In paese li conoscono tutti e sanno che è solo grazie a loro se Vernazza è tornata a respirare. Sono di poche parole Marcello, 41 anni, e Roberto, 50 anni, tutti e due di Chiesa in Valmalenco. E allora preferiscono farci vedere quello che hanno fatto, piuttosto che parlare: «Il tunnel del Vernazzola lo abbiamo liberato in due giorni, così ora l'acqua può scorrere al mare. Tutto ha avuto inizio da qui. L'effetto tappo ha dirottato le acque in centro al paese e il fango si è infilato ovunque».
Ce la mostrano Marcello e Roberto, all'uscita del tunnel naturale dove la "talpa " si infila ad ogni viaggio. La più piccola - la "Toto T 150" - è stata la prima ad entrare in azione. I minatori della Imi Fabi la chiamano "la nonna" e per Santa Barbara brinderanno in suo onore. C'è chi in miniera la dava per spacciata e lei invece a Vernazza, in piena emergenza, si è difesa come una leonessa.
Via Roma e via Visconti cominciano ad assomigliare a strade. E' un brulicare di uomini e donne, con stivali ai piedi. Alcuni hanno una mascherina alla bocca, altri un elemetto. C'è un odore acre che ammorba ogni cosa. Odore di terra e chissà cos'altro.
Le ferite sono profonde: tre vittime - due riconosciute, una in attesa del dna - e ingenti danni: 101 milioni di euro per case, negozi, attività. Nulla ha risparmiato quella bomba d'acqua esplosa il 25 ottobre. Ma almeno ora si può lavorare. La montagna ha teso la mano al mare.
C'è voluto un malore, qualche giorno fa, per convincere il sindaco a mollare la presa. Il municipio è nella parte alta del paese. Qui arrivano volontari, geologi, funzionari. E' un susseguirsi di riunioni per decidere il da farsi. Impossibile prevedere quando la gente potrà tornare nelle case, figurarsi poi la riapertura di scuole e altri servizi: «Ma ce la faremo, vedrete».
La chiesa come un magazzino - Nella chiesa di Santa Margherita d'Antiochia, che guarda il mare, l'altare è sempre pronto per la Messa e il Cristo sulla destra tiene il capo chino quasi ad approvare quello donne che si alternano tra i banchi a preparare pacchi con vivere e medicinali. Ci accoglie don Giovanni (dal cognome impronunciabile, è polacco) e ci spiega com'è che una chiesa si è trasformata in un magazzino.
Il ritorno a casa - È ormai sera, con Marcello, Roberto e Andrea Dizioli, il direttore delle miniere Imi Fabi, sceso a preparare il rientro dei suoi, salgo alla torre. Lì si domina il paese. Vista stupenda, se non fosse per quell'acqua limacciosa, color fango che avvolge tutta la costa. Il gommone ci aspetta con a bordo Michail Heidenreich, coordinatore dei volontari. Sarà lui a riportarci a Manarola. Gli chiediamo che cosa tornerà a fare quando tutto sarà finito. Ci guarda e indica un gruppetto di anatre in mare. «Loro sono state sfrattate dal canale, vivevano nel torrente. Si sono salvati solo i piccoli, che stanno crescendo. A me è accaduta la stessa cosa. Non ho più nulla, ma almeno non ho perso nessuno. E mi sembra già una gran cosa».
Antonia Marsetti
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