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SONDRIO La Televisione Svizzera tornerà. Quando, ancora non è dato sapere, ma sarà di nuovo sui nostri piccoli schermi. Parola di Michele Fazioli, il giornalista-editorialista della Rsi (Radiotelevisione della Svizzera Italiana) che venerdì ha tenuto una conferenza alla Bps sull'interessante tema dell' "informazione in Controluce (che è poi il titolo della sua seguitissima trasmissione, in onda la domenica sera): bellezze e insidie della comunicazione mediatica".
Fazioli lo ha detto in apertura del suo intervento e lo ha ribadito, incalzato dal pubblico: «Abbiamo ricevuto molte lamentele e proteste soprattutto dalla fascia di confine dove eravamo molto seguiti e so che i nostri uffici si stanno dando da fare per risolvere la questione a livello giuridico, visto che è stato posto un quesito di diritto internazionale... farò presente che anche voi sentite l'esigenza di riavere il nostro segnale».
Una bella notizia, per il folto pubblico presente in sala per ascoltare il giornalista (a cui il presidente della Bps Piero Melazzini ha consegnato la medaglia a ricordo dell'incontro) e che oggi conduce due interessanti trasmissioni oltre confine (Controluce e Festa Mobile) e che è stato uno degli uomini-chiave della Tv Svizzera. Michele Fazioli, 63 anni, originario di Bellinzona, laureato a Losanna in scienze politiche, dopo essere stato una voce della radio è passato al video della Tsi e nel 1985 ha creato "Il Quotidiano", il telegiornale paragonabile al nostro Tg regionale, mentre dall'87 al 2007 è stato a capo del Dipartimento Informazione della Televisione Svizzera, una sorta di "super direttore" di tutte le trasmissioni.
Fazioli (che cura anche una rubrica di libri - Festa Mobile, titolo preso in prestito da Hemingway) dal 1993 ha realizzato ben 372 puntate per "Controluce". Nel suo studio scenograficamente essenziale si sono accomodati premi nobel, scrittori, giornalisti, uomini di spettacolo e di scienza, medici, missionari, architetti, economisti e politici. E così, quando sullo schermo della Sala Besta i sondriesi ieri hanno avuto un assaggio di quelle interviste vedendo scorrere le immagini di Berlusconi, Occhetto, Montanelli, Eco, Morandi, Chiambretti, Mike Bongiorno, Marchionne, Levi Montalcini, Ravasi, Martini ed altri, è stato subito chiaro che il conferenziere di umanità se ne intende e che di aneddoti ne avrebbe potuti raccontare a iosa.
Michele Fazioli ha però scelto un tema scomodo. Un tema che da un lato lo ha visto fare pelo e contropelo alla "categoria" dei giornalisti, e dall'altro mettere in evidenza i mutamenti antropologici causati dalla tecnologia. «Le immagini delle "torri gemelle" filmate da un cellulare che fanno il giro del mondo in poche ore, è positivo, mi chiedo? Sì, lo è, perché così posso vedere in presa diretta ciò che accade e nessuno lo può alterare».
Ma c'è un rischio: «Quello di abituarsi a considerare solo ciò che vediamo in tv come reale e quindi a non occuparci di quell'infinita realtà - fatta di gioie, di dolori, di guerre e di mondi meravigliosi - che noi non vediamo perché in televisione non "passa"».
Fazioli ha poi parlato - giudicandola severamente - di una «deriva mediatica sempre più presente per la quale il male sembra prevalere in larghissima misura sul bene. Il dovere dei media - ha detto - è quello di dare conto di uno strato essenziale e diffuso di realtà viva, vera, meno clamorosa ma sostanziale...». Senza mezzi termini, riferendosi a quanto sta accadendo in Italia, ha condannato il voyerismo in cui spesso sembrano sconfinare esigenze investigative («spendere 50 milioni di euro in intercettazioni telefoniche mi pare una follia», ha detto riferendosi al "caso Ruby") e ha deprecato l'abitudine - «per fortuna solo italiana, perché da noi questo non accade» - di sbattere "il mostro" in prima pagina quando ancora il processo non è stato celebrato.
«Il giornalismo è sempre più abitato da "indignati speciali" che scagliano la prima pietra convinti di essere senza peccato. La persecuzioni moralistica e morbosa è spesso colpevole tanto quanto le presunte colpe delle vittime mediatiche designate. Con un'aggravante: si dà per scontato che i giornalisti sono buoni e i "poteri" sono sempre geneticamente corruttibili e fallaci. E invece le meschinità interessano anche il giornalismo e la tendenza è quella di campare sulla negatività, sul relativismo cinico, sul fascino del basso ventre, del brutto, del morboso, del trasgressivo».
Ma Fazioli insiste: «Esiste anche il segno di una bellezza certa, di una nostalgia di felicità possibile... E' vero, ci sono preti pedofili, ma ci sono centinaia di migliaia di religiosi che si spendono per gli ultimi... Ma fanno meno notizia oppure non la fanno del tutto... Il problema sta alla fonte, se un giornalista ha in cuor suo una fondamentale tensione al bene, al vero e al bello e alla stoffa vera della realtà, pur vigilando sugli esisti del male allora non può non lasciar trasparire questa positività profonda anche nel suo lavoro. Se invece appartiene al coro disperante di chi ha orizzonti smozzicati e riduce il desiderio umano a bisogni primari o a consumi esistenzialmente degradabili, allora è probabile che favorisca il triste cantico mediatico del male. Ma io sono fiducioso».
E riguardo al pubblico sondriese che gli ha tributato una "standing ovation" al suo ingresso («la prima della mia vita»), Fazioli ha detto: «Mi sembrate di quella razza che ha bisogno di avere dal giornalismo lo scintillio del bene e non il rumore sgangherato del male».
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