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Omicidio Sacchetto:
parla la donna di Rossi
SONDRIO - «Non lo sapevo che avesse una pistola. Invece ne ha presa una dalla sua macchina, la Mercedes Ml, e, dopo aver urlato in dialetto "mazzi tucc (ammazzo tutti)" ha sparato un colpo in aria». È Loredana Boiani, la fidanzata, a raccontare il Simone Rossi di quella sera, quel sabato 16 maggio 2009 nel quale Donald Sacchetto è stato ucciso da un colpo di pistola e fatto a pezzi all'interno della cava della famiglia Rossi.
«Mi ha detto che erano andati alla cava, ma il cancello non si apriva. Così sono scesi dalla macchina. Ma a quel punto Donald gli ha preso la pistola e si è sparato. E allora lo ha bruciato. Questo mi ha detto» ha raccontato ieri pomeriggio la quarantenne ai giudici della Corte d'Assise di Sondrio. «Se gli ho risposto qualcosa? Certo, gli ho detto che avrebbe fatto molto meglio a chiamare qualcuno, ma mi ha risposto che si era spaventato e che aveva perso la testa».
Quando parla alla fidanzata, o meglio a quella donna di dodici anni più grande di lui con cui ha una relazione, Simone Rossi non è ancora indagato per omicidio (oltre che distruzione di cadavere, porto illegale di arma da fuoco e spaccio di sostanze stupefacenti). Deve essere sentito dai carabinieri come semplice persona informata sui fatti. «Credo che dipenda dal fatto che sono stato l'ultimo a vedere Donald» dice a Loredana. Ed è solo a quel punto che vuota il sacco e le confessa che qualcosa è successo, che sa della morte del giovane compaesano del quale si erano perse le tracce. Siamo a venerdì, è passata quasi una settimana da quella notte. Fino ad allora anche a Loredana non dice niente. Anzi, le parla delle ricerche di Donald. E trova anche l'occasione di fare alcune battute. «Michele (l'amico Civetta, ndr) sta diventando sospettoso, Loana (sorella di Donald, ndr) ce l'ha con me: se i carabinieri mi trattengono ricordati di portarmi le arance» ha detto a Marco Motta, il coetaneo e amico sia della vittima che dell'imputato che ha testimoniato prima di Loredana.
Non solo, ma quando, dopo la festa da Civetta, esce dalla casa della donna, dice che deve passare in cantiere a controllare dei macchinari. A lei sembra strano, glielo dice, ma con Simone c'è poco da discutere, specie se, come quella sera, ha gli scatti di nervi tipici di quando usa alcol e cocaina.
Poi lo sparo in aria. «Ti sei spaventata? Ma va', è soltanto una scacciacani, me l'ha data il mio amico Filippo De Romeri» dice. Peccato che la mattina successiva Loredana, proprio in quel punto, trovi per terra il bossolo di un proiettile.
È dalla testimonianza fiume di quest'ultima che si è appreso come Simone Rossi ha vissuto le ore della morte del compaesano. Prima la festa nella casa dell'amico comune Michele Civetta, dalla quale si assenta per diversi minuti, poi, dopo la sosta a casa, il solito giro al pub il Quarto dal quale esce con Sacchetto. «Mi ha chiesto di portarlo a casa, che era stufo, e quando l'ho fatto scendere al semaforo davanti a casa non ha quasi neanche richiuso la portiera dell'auto e se n'è andato» il racconto fatto alla fidanzata nei giorni successivi, prima di cambiare versione e parlare del suicidio. A quel punto con Loredana si lascia andare, e qualcosa racconta. Per esempio di aver portato il corpo di Donald all'interno di una cava con una coperta e di essere tornato là la mattina successiva per bruciare e distruggere il corpo.
Sotto l'incalzare delle domande del procuratore capo Fabio Napoleone e del sostituto Stefano Latorre, Loredana racconta anche che Simone con quello sparo le aveva messo molta agitazione, tanto da spingerla a chiamare l'amico Ezio Mossini per sentirsi più sicura. Inutile intanto telefonare a Simone: il cellulare era spento. «Ricordo che era l'1.30 quando ricevo il messaggio che mi avvisa che il telefonino di Simone era tornato ad essere acceso». Quando torna a casa sua il suo uomo è già lì, addosso soltanto i jeans, che dorme a petto nudo sul letto matrimoniale. Lei gli si sdraia accanto, ma è ancora scossa e non riesce a chiudere occhio. Lui invece dorme come un ghiro. La domenica mattina si alza presto e va alla cava. Torna più tardi, in tuta da lavoro, completamente sporco di terra. Prima di uscire per raggiungere gli amici per il pranzo, però, si fa un'altra dormita di un paio d'ore. Come se niente fosse.
Tra i testimoni sentiti ieri dalla corte presieduta dal giudice Francesco Saverio Cerracchio c'erano anche Gabriele Redaelli, il medico di base di Ardenno, Elisa Ciabarri, una giovane che conosce Rossi, William Limuti, l'avvocato che aveva seguito la causa di separazione di Donald, la ballerina di night dominicana Lucrezia Nunez e i cugini Emilio e Luca Libera.
Tutti e tre sono stati oggetto di numerose contestazioni da parte dell'accusa: rispetto alle dichiarazioni rese ai carabinieri nell'immediatezza dei fatti, le loro testimonianze in aula sono sembrate decisamente più lacunose e, nel complesso, edulcorate. Luca Libera, per esempio: aveva querelato Simone Rossi per essere stato aggredito, minacciato con una scure e picchiato nell'officina del cugino Emilio, tutto per qualche presunta attenzione di troppo nei confronti di Loredana Boiani. Poi la querela è stata ritirata. Sul perché però né Emilio né Luca sono stati in grado di dare una spiegazione convincente. Il secondo, in particolare, è stato avvertito più volte dal presidente Cerracchio che stava correndo il rischio di una denuncia per falsa testimonianza. «Avrà detto almeno venti "non ricordo". L'avverto che la falsa testimonianza è un reato punito da due a sei anni» il richiamo del giudice. Oppure la Nunez, che ai carabinieri aveva parlato di un Donald solare e pieno di vita, che mai si sarebbe suicidato, e ieri di una persona triste che una volta le era pure scoppiato a piangere tra le braccia per problemi di lavoro peraltro smentiti dagli altri testimoni.
Domani mattina ancora un'udienza, con l'audizione di un'altra decina di testimoni (il numero esatto dipenderà dall'andamento degli interrogatori).
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